domenica 7 settembre 2008

Battaglia (1967) : Più indipendenza per la magistratura

http://blog.panorama.it/opinioni/2007/08/17/adolfo-battaglia-1967-piu-indipendenza-per-la-magistratura/


da Panorama del 1 giugno 1967

di Adolfo Battaglia

Il delicato problema dell’indipendenza dei magistrati è venuto al pettine in questi giorni alla Commissione Giustizia della Camera dove si discute la riforma del Consiglio superiore della magistratura, cioè dell’organo che governa (o dovrebbe governare) i giudici italiani. E il duro scontro verbale che mercoledì scorso ha opposto il ministro Guardasigilli al leader dei deputati democristiani in Commissione, l’onorevole Breganze, conferma il fatto nuovo che emerge nel disegno di legge governativo presentato in marzo: che il Governo, nel contrasto di concezioni che divide la vecchia dalla nuova magistratura, ha fatto una scelta di indirizzo politico. Ha scelto in favore della nuova, anche se, nei limiti del possibile, non contro la vecchia magistratura.

È un fatto importante, perché segna la prima conclusione di una battaglia quasi decennale e apre, nello stesso tempo, una serie di problemi che per essere risolti speriamo non abbiano bisogno di altri 10 anni. Modifiche alla legge del 1958, che istituiva il Consiglio superiore, erano richieste dalla stessa Corte costituzionale. Nel 1963, infatti, la Corte aveva dichiarato illegittima la norma sull’intervento del ministro della Giustizia nelle decisioni del Consiglio: veniva abrogata, così, quella norma che limitava l’autonomia della magistratura dal Governo.
Ma i giudici, per essere realmente indipendenti, non debbono neppure essere condizionati da altri giudici. Per decenni, invece, la Corte di cassazione cui spetta la grande funzione di controllo della legittimità delle sentenze, ha esercitato un effettivo potere di direzione della magistratura. Quanto tale potere sia rilevante appare evidente dal fatto che la Cassazione esprime un preciso orientamento non solo giurisprudenziale ma anche, latamente, politico.
Sempre, in ogni Paese del mondo (e così anche in Italia), l’alta magistratura costituisce un elemento «conservatore», per la natura stessa delle sue funzioni, e che la rende strettamente compenetrata con la legge in vigore, quasi avvinta a essa, e naturalmente ostile alla legge nuova o innovatrice, che altera il sistema. Ma se i magistrati sono controllati dalla Cassazione non solo nell’applicazione della legge, ma anche per quanto riguarda carriera, promozioni (e quindi stipendi), sanzioni disciplinari, ecc., come non temere che la loro indipendenza sia «internamente» menomata? Come non temere che vi possa essere una loro umana inclinazione al conformismo giuridico e politico? È questo un punto su cui uomini autorevoli di tutte le parti politiche, dal liberale Bozzi al socialista Ferri, dal democristiano Leone al comunista Ingrao, sono perfettamente d’accordo.
La composizione del Consiglio superiore, fino a oggi, consentiva alla Cassazione di esercitare una sensibile influenza sui giudici. E la prima battaglia della «giovane» magistratura (di cui fanno parte, si intende, anziani magistrati, anche di Cassazione) era rivolta a modificare il sistema d’elezione del Consiglio. Il progetto Reale non soddisfa le esigenze della parte più radicale dell’Associazione nazionale dei magistrati, ma costituisce certo una soluzione di vari problemi. Il progetto modifica infatti la composizione della sezione disciplinare, sottraendola alla schiacciante maggioranza della Cassazione; elimina il presidente della Cassazione dalla sezione disciplinare e dalla presidenza della commissione per le promozioni; immette numerosi giudici d’Appello e di Tribunale nella segreteria del Consiglio superiore; e, soprattutto, modifica in senso più democratico il sistema d’elezione dei componenti il Consiglio, dando la possibilità a tutti i magistrati di votare per candidati non compresi nelle tre rose di nomi predisposte per la Cassazione, l’Appello e i Tribunali.
È questo un punto politicamente fondamentale perché consentirà in pratica di eleggere un Consiglio meno legato alla Cassazione e più rappresentativo della magistratura nel suo complesso: il che significherà un passo avanti nell’effettiva indipendenza dei giudici. Si comprende quindi perché il Guardasigilli è insorto quando una maggioranza eterogenea, di deputati democristiani e missini, ha alterato in Commissione il suo progetto, e si è recato immediatamente dal presidente del Consiglio. Poche ore dopo, veniva confermato che il Governo insisterà, in aula, sulla sua tesi, respingendo le modifiche della Commissione.
È sperabile che il progetto Reale sia presto approvato dalle due Camere (entro il gennaio 1968 dovrà infatti essere nominato il nuovo Consiglio superiore). Anche dopo la sua approvazione restano tuttavia alcune strozzature nel funzionamento del Consiglio che meriterebbero di essere eliminate. Per esempio, la commissione per la promozione in Cassazione resta affidata unicamente ai magistrati di Cassazione, i quali naturalmente valuteranno come titolo negativo nelle promozioni il non aver seguito l’indirizzo giurisprudenziale della Cassazione.

Una prima scelta. Un altro «centro di potere» deve essere democratizzato: la commissione per il conferimento di incarichi direttivi ai magistrati. E appare anche poco logico che le altre commissioni del Consiglio superiore siano nominate discrezionalmente dal comitato di presidenza, il quale, a sua volta, non è eletto da tutto il Consiglio, ma è composto per legge dal vicepresidente designato dal Parlamento, dal presidente e dal procuratore generale della Cassazione. La completa democratizzazione del Consiglio resta un obiettivo fondamentale: gran parte del malessere che si avverte entro la magistratura, e nei rapporti stessi tra l’ordine giudiziario e gli altri poteri dello Stato, dipende in effetti dall’attuale situazione chiusa. Ma è già qualche cosa che il Governo, dopo 10 anni, abbia compiuto una prima scelta tra le opposte esigenze di rinnovamento e di conservazione che agitano la magistratura.

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