venerdì 18 gennaio 2008

Povero Pasquale..

In una celebre scenetta Totò raccontava ad un amico che gli era appena successa una cosa inspiegabile .
Aveva appena incontrato poco prima un tizio che prima lo chiamava “Pasquale!”, poi a poco a poco lo riempiva di improperi e infine -gradualmente- lo spingeva in un angolo e lo riempiva di schiaffi : “Prendi, Pasquale!”, “Infame d’un Pasquale!”, “Io t’ammazzo, Pasquale!”. Allora la spalla diceva a Totò: “E tu non hai reagito?”. E Totò: “No, a me che m’importa, mica mi chiamo Pasquale io!”.
Qualche volta ,di fronte ai serafici richiami al dialogo rivolti alla magistratura (usa a subir tacendo) in una condizione simile ci viene in mente proprio la scenetta di Totò ..
"Dialogo" sì ,ma fino a un certo punto citando Totò diremmo "ogni limite ha una pazienza" e la nostra di pazienza è proprio finita ,non si possono accettare accuse generiche e generalizzate e sopratutto offese alla dignità personale e professionale ,di tutti i magistrati ,da parte di chicchessia .
Di fronte alle offese gratuite ai singoli magistrati e alla magistratura nel suo insieme servirebbero azioni civili e richieste di devoluzione dei danni alle vittime della mafia e del terrorismo.

Il discorso di Benedetto XVI alla Università La "Sapienza" il diritto presupposto della libertà

"È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della "Sapienza - Università di Roma" in occasione della inaugurazione dell’anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l’istituzione era alle dirette dipendenze dell’Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo.
Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l’impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo. Vorrei ricordare, in particolare, l’Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo dell’accoglienza e dell’organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa proposta della elaborazione di un "nuovo umanesimo per il terzo millennio".
Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l’invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto innanzitutto la domanda: Che cosa può e deve dire un Papa in un’occasione come questa? Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell’università "Sapienza", l’antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale. Certo, la "Sapienza" era un tempo l’università del Papa, ma oggi è un’università laica con quell’autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all’autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l’università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un’istituzione del genere.
Ritorno alla mia domanda di partenza: che cosa può e deve dire il Papa nell’incontro con l’università della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: qual è la natura e la missione dell’università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del Papato. Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù della successione all’Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell’intera Chiesa cattolica. La parola "vescovo"–episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a "sorvegliante", già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all’insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della coesione dell’insieme. In questo senso, tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso l’interno della comunità credente. Il Vescovo – il Pastore – è l’uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù – e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura – grande o piccola che sia – vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull’insieme dell’umanità.
Vediamo oggi con molta chiarezza, come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa – le sue crisi e i suoi rinnovamenti – agiscano sull’insieme dell’umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell’umanità. Qui, però, emerge subito l’obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perché si pone qui la questione assolutamente fondamentale: che cosa è la ragione? Come può un’affermazione – soprattutto una norma morale – dimostrarsi "ragionevole"? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione "pubblica", vede tuttavia nella loro ragione "non pubblica" almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l’altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l’esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell’umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato.
Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell’umanità come tale – la sapienza delle grandi tradizioni religiose – è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee. Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l’intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica.
Ma ora ci si deve chiedere: e che cosa è l’università? Qual è il suo compito? È una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Penso ad esempio – per menzionare soltanto un testo – alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: "Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?" (6 b – c). In questa domanda apparentemente poco devota – che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino – i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore.
Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l’interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell’ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l’università. È necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere – vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra "scientia" e "tristitia": il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto – chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste.
Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa.
Nella teologia medievale c’è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire – una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l’università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se era considerata più come "arte" che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell’universitas significava chiaramente che era collocata nell’ambito della razionalità, che l’arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all’ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio. Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza. Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista.
Ma qui emerge subito la domanda: come s’individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all’essere buono dell’uomo? A questo punto s’impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell’uomo. È la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell’opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell’umanità. Jürgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa "forma ragionevole" egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un "processo di argomentazione sensibile alla verità" (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica.
I rappresentanti di quel pubblico "processo di argomentazione" sono – lo sappiamo – prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all’insieme. La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico. Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: che cos’è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla "ragione pubblica", come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d’interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza.
Torniamo così alla struttura dell’università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c’erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull’essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l’uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente.
Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda – in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta. Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. È merito storico di san Tommaso d’Aquino – di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico – di aver messo in luce l’autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s’interroga in base alle sue forze.
Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il "sì" alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine. Ma poi, al momento della nascita dell’università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza. La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta "Facoltà degli artisti", fino a quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa. Non possiamo qui soffermarci sull’avvincente confronto che ne derivò.
Io direi che l’idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro "senza confusione e senza separazione". "Senza confusione" vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al "senza confusione" vige anche il "senza separazione": la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all’umanità come indicazione del cammino.
Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell’umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all’interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una "comprehensive religious doctrine" nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi. Ebbene, finora ho solo parlato dell’università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente dell’università e del suo compito.
Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell’università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l’uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso. In questo sviluppo si è aperta all’umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo, e di questo possiamo solo essere grati.
Ma il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale – per parlare solo di questo – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura dell’università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande.
Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.
Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.Città del Vaticano, 17 gennaio 2008 "

giovedì 17 gennaio 2008

La notte in cui tutti i gatti diventano bigi ...e qualche piccolo raggio di luce

Ci siamo ,nessuno ricorda momenti come questi ,nessuno commenta e nessuno può commentare a ragion veduta cioè conoscendo gli atti ..ma tutti parlano sottolineano ,invocano .. Nella stessa giornata sono avvenuti almeno tre eventi straordinariamente importanti per la vita democratica : prima al Papa è stato -di fatto- stato impedito (in nome di un malinteso laicismo) l'accesso all'Università La Sapienza,episodio gravissimo che non ha eguali in alcun paese civile ,indipendentemente dalle motivazioni .
Poi le dimissioni del Ministro della Giustizia ,per una vicenda in cui i contorni sono certamente tutti da accertare e da definire ,ma che indubbiamente preoccupa sia il mondo politico (tutto) ,sia la magistratura ,e va detto che pochi hanno sottolineato la nobiltà del comunicato della Unione delle Camere Penali Italiane http://www.camerepenali.it/
"Di fronte all’insurrezione della politica e alle accuse di mancato rispetto delle garanzie processuali e di strumentalizzazione dell’azione giudiziaria che già si rilevano dalle prime prese di posizione odierne, deve anzitutto ribadirsi che il merito di un procedimento penale in corso non può essere soggetto a critiche politiche, sia che riguardi esponenti politici che cittadini comuni.
E’ dunque grave, scandalosa ed incomprensibile la schizofrenica valutazione del mondo politico, senza distinzione di schieramento, che interviene in difesa dei principi di garanzia e di civiltà giuridica solo allorché la vicenda riguardi determinati soggetti, e si disinteressa invece del rispetto delle garanzie, del funzionamento del sistema giudiziario, delle grandi riforme liberali e democratiche in materia di giustizia nella quotidiana attività politica.
Vale allora la pena oggi ricordare che gli appelli al rispetto dei valori costituzionali e delle garanzie nel processo sono credibili solo quando valgano per tutti i cittadini ed in tutte le situazioni. I penalisti italiani, che si sono spesso trovati soli, anche nei confronti della politica, a contrastare il ruolo improprio della magistratura in questo paese ed a difendere i principi costituzionali nel processo ed i valori dello stato di diritto nei confronti di tutti, denunciano alla pubblica opinione l’ambiguo comportamento della classe politica italiana che tali valori invoca e difende –come dimostrano anche le vicende degli ultimi mesi in tema di sicurezza e di leggi speciali- soltanto in occasione di particolari contingenze che la riguardano, senza farne, come sarebbe doveroso, un punto di riferimento quotidiano in ogni momento e nei confronti di tutti i cittadini."
Nessun commento ,se non il senso di una condivisione dei valori della civiltà e del diritto che per una volta magistratura (in verità con sfumature un tantino caute) e avvocatura hanno ritrovato nella (lunga) notte in cui tutti i gatti sono bigi ,in cui "la magistratura" siede tutta sul banco degli imputati o poco ci manca gli avvocati penalisti ,con un comunicato di altissimo profilo danno una grande lezione di stile e di compostezza.
La "road map" parte da qui, dalla cooperazione tra avvocati e magistrati per ritrovare un senso ad un sistema giudiziario che gira a vuoto e che viene incompreso e frainteso ,e spesso e volentieri vilipeso in modo generalizzato ,senza alcuna speranza di cambiamento.
Il terzo evento ,che magari sarà quello storicamente più importante , è l'ammissione di tutti e tre i quesiti in materia elettorale da parte della Corte Costituzionale..una vittoria del diritto sulla politica "assorbente" e del diritto dei cittadini a esprimere senza mediazioni la propria sovranità .La vera lezione per tutti. Anche per chi aveva messo in dubbio perfino l'imparzialità della Corte costituzionale ,giudice supremo delle leggi e custode della Costituzione.
Se si riscoprisse ,ogni tanto,anzichè farsi dominare dalle emozioni "forti" e dall'ansia mediaticamente "gridata" lo strumentario della legittimità costituzionale e della conformità ai Trattati Europei come alla Convenzione Europea dei diritti dell'uomo di leggi e provvedimenti giurisdizionali non sarebbe male. Per la democrazia .

venerdì 11 gennaio 2008

Tempi moderni :questioni vere e risposte che bisognerebbe dare ..

Abbiamo posto per primi le questioni che oggi pone ,con forza -e come sempre con grande coraggio- la collega Ilda Boccassini .
Ed in un certo senso avevamo facilmente previsto che si sarebbe ripetuto lo scenario che già aveva avuto per protagonista Giovanni Falcone ,che se fosse sopravvissuto oggi sarebbe stato inevitabilmente sommerso anche lui dalla massa quotidiana dei "processetti" ,dall'ansia di evitare le prescrizioni nella quale sono immersi,come in uno tsunami che avanza inesorabile nel quale non ci sono più soccorsi o vie d'uscita ,la gran parte dei magistrati italiani,requirenti e giudicanti ,impegnati a scrivere , scrivere,scrivere anzi a "produrre" senza fine imputazioni ordinanze,decreti o sentenze ,ma anche lettere e note documentate per giustificarsi o per difendersi ,note per le valutazioni (le nuove "note di qualifica" per i magistrati in ricordo dell'ultimo convegno dell'ANM ,quello con le matite, nel quale si teorizzava "magistrati..non burocrati" ).
E ,attenzione , meglio ,molto meglio tacere ,obbedir tacendo e soprattutto evitare di esporsi ,sopportare .Nessuno può parlare ,perchè il magistrato quando parla parla solo "con sentenze" ..immagine straordinaria che semplifica e nel contempo riduce giudici e pubblici ministeri in valvole meccaniche o in operai chini anonimamente sulla catena di montaggio esattamente come nel film "Tempi moderni" di Chaplin ,unici responsabili dei tempi e dei ritmi di lavoro . Rassegnati e soli.
Non c'è più una vera e propria carriera per i giudici come per i pubblici ministeri ,prima forse tutti potevano diventare "caballeros" e oggi tutto si riduce a numeri ,coerentemente (1,2,3 4 valutazione e così via) e comunque non c'è rimasta ,purtroppo, alcuna seria e umana aspettativa di carriera (che non è un orpello burocratico ,non è un'ambizione ma è solo il modo di valorizzare in maniera logica le esperienze che esistono ,e che non dovrebbero mai essere sottovalutate o addirittura emarginate..esistono i "quadri" anche in magistratura e c'è tutta una generazione delusa che si sente messa da parte ) e ,se capita di essere attaccati ,ed è inevitabile magari se si fa sul serio e senza timori questo lavoro bisogna avere pur sempre un riferimento "associativo" nel quale confidare. Senza consensi interni o di immagine "esterna" si resta isolati ,si resta soli ci si sente sempre di più come oggetto di un "mobbing" silenzioso e impassibile ,e non c'è solo la collega Boccassini (che ha avuto peraltro la valutazione massima) ,ricordiamo molti altri casi .
Nessuno si chiede come colleghi straordinari che hanno svolto e vissuto esperienze straordinarie e hanno messo a rischio la propria vita in contesti delicatissimi fatichino non poco ogni giorno non solo a raggiungere posti direttivi o semidirettivi ,e fin qui si dirà è inevitabile, ma persino a essere inclusi nella DDA come nella DNA o in gruppi specializzati all'interno delle grandi Procure . Ovviamente si può fare ricorso al Tar ,e qualcuno lo fa ,ma il problema non è solamente e strettamente giuridico .
La loro esperienza ,semplicemente, si perde e si disperde e nessuno si rende conto che proprio la sensazione di isolamento che per primo aveva avuto Giovanni Falcone oggi si rinnova nella loro disillusione ,nel loro disagio ,nella consapevolezza che imporre o difendere la legalità sia ogni giorno più difficile ,perchè si è visti con sospetto e isolati ..e quindi occorre magari mediare ,mediare accettare ,rassegnarsi .
L'ANM è impegnata in un rinnovamento ,e qualche piccolo segno in verità sembra averlo dato ,e ci riferiamo alla iniziativa della mailing list unica, ma purtroppo esiste ancora un imbarazzo ,un silenzio glaciale quando si tratta di affrontare i temi ,quando si tratta di confrontarsi su problemi veri e concreti ,oggi più che mai ci sembra necessario non limitarsi ad esprimere "auspici" o "dispiaceri" ,ma avviare "insieme" e senza preconcetti un percorso di autocritica e di vera riforma.
l'ANM dovrebbe fare il sindacato ,e non è un'offesa e nessuno si senta offeso (come diceva De Gregori in "La Storia siamo noi" ) ,appunto nessuno si senta offeso perchè come abbiamo detto e ripetuto più volte quella del sindacato è una funzione essenziale ,per interloquire ,per difendere ,per evitare emarginazioni e penalizzazioni dei lavoratori ,sia di quelli più semplici che di quelli specializzati .
l'ANM dovrebbe e potrebbe sentire semplicemente meglio la sua "base" ,cioè la voce diretta dei magistrati semplici ,senza sempre passare dai notabili delle correnti ,dai titolari dei consensi organizzati in "pacchetti" di voti che propongono "modelli" di magistrato come di "magistratura" o di organizzazione ma sono distanti dalla esperienza viva della gestione degli uffici : manca loro il senso della realtà ,ma purtroppo anche l'umiltà di considerare e di ascoltare i colleghi "comuni" e di capire le molte cose che potrebbero essere migliorate nelle diverse realtà che compongono il sistema giudiziario.
A volte si tratta di piccole cose ,ma importanti ,si tratta di gestire i turni ,i ruoli di udienza ,le assegnazioni ,sono i magistrati di "prima linea" gli impiegati (anonimi e non ) allo sportello giustizia ,quelli cui tocca l'ingrato compito di incarnare per moltissimi cittadini il volto e la voce di un sistema giudiziario che sembra loro girare a vuoto ,penalizzare i più deboli e premiare i più forti o i più furbi .
Non si tratta solo di individuare "colpe" vere o presunte e di indicarne i responsabili all'interno o all'esterno della magistratura . Questo sarebbe da un lato relativo quanto forse troppo semplice sia nel settore civile che nel settore penale ,si tratta invece di avviare una ampia consultazione ,un referendum ,una assemblea ,una assemblea costituente per riscrivere delle regole che oggi sembrano tanto vuote quanto insignificanti e distanti dalla società civile. E siamo convinti che una chiara definizione delle incompatibilità "interne" potrebbe essere un grande passo avanti.
Ma a questo deve corrispondere anche il passo indietro degli apparati di corrente ,dell'idea che solo il consenso organizzato può aiutare i magistrati .
Almeno noi vorremmo che la ricerca del consenso (sia interno che qualche volta anche esterno) non pregiudichi mai indipendenza ed autonomia ,vorremmo vedere i nostri sindacalisti sinceramente impegnati nella difesa di questi valori ma anche della dignità dei magistrati italiani giovani e meno giovani ,in sedi importanti come periferiche ,essi non dovrebbero mai sentirsi isolati e soprattutto "ignorati" se non in occasione di scadenze elettorali.
Vorremmo vedere premiata l'indipendenza e la professionalità ,ma anche l'esperienza di molti che oggi rischia di perdersi ,con grave danno non solo per la magistratura ,ma anche per il Paese ..
Per questo ringraziamo Ilda ,che ci ha dato ancora una volta l'occasione per discutere e per metterci in discussione ,interrogandoci -sinceramente- sui problemi veri .

Ilda Boccassini : perchè l'ANM dovrebbe fare autocritica (da Repubblica)

http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/cronaca/bocassini/bocassini/bocassini.html
http://www.rainews24.rai.it/ran24/speciali/irisme/personaggi_boccassini.htm
Lo sfogo di Ilda Boccassini"Magistrati, fate autocritica"
di CINZIA SASSO

MILANO - Come quindici anni fa. Anche stavolta l'attacco arriva a freddo, inatteso, proprio ora perfino impensabile. La rabbia è la stessa, anzi, forse di più. Perché "tanto tempo è passato ma niente è cambiato, come fossimo nella Palermo del principe di Salina". Per Ilda Boccassini la maturità, però, è una conquista e un grande alleato, e allora oggi per alzare la voce, per puntare l'indice, per suggerire disperatamente attenzione, bastano poche righe. Messe nero su bianco. Oggi non occorre un microfono in mano. Ilda Boccassini quelle righe le ha scritte alla metà di dicembre, sono le sue dimissioni dall'Anm. E non sono la stizza di chi si è sentito scavalcato; non è, anche se a molti fa comodo leggerle semplicemente così, l'invidia contro un collega che è anche un amico. Le sue dimissioni, rese note dal Corriere della Sera, parlano solo di motivi "maturati nel tempo". Ma dietro c'è un preciso atto d'accusa contro la sua associazione che "non ha mai fatto autocritica", che "non ha il coraggio di guardare dentro se stessa", che non pretende da tutti "professionalità, rigore, indipendenza, autonomia". Che fa, insomma, "come fanno i napoletani con la monnezza: la colpa è sempre degli altri, loro non c'entrano mai". Tra poco sarebbe toccato a lei: Ilda Boccassini - magistrato-simbolo, l'unica conosciuta e invitata anche all'estero, implorata dalle tivù per un'apparizione, corteggiata per un'intervista - sarebbe diventata uno dei procuratori aggiunti della Repubblica a Milano, la città dove ha lavorato di più. Ma lei, ancora una volta, ha spiazzato tutti: non vuole più quel posto, non le interessa "fare carriera". "Io sono un soldato", dice, un magistrato che vuole fare i turni esterni, perché quelli, solo quelli, sono un bagno nella realtà, sono il modo per amministrare la giustizia dei semplici; la giustizia non sono solo i processi a Berlusconi. Dunque non è la gelosia per una promozione mancata: a concorrere per il posto da aggiunto appena assegnato c'erano lei e Francesco Greco, il collega che ha la stanza proprio di fronte alla sua. Stesso punteggio a tutti e due, ma poi, stavolta, ha fatto premio l'anzianità. Ed è passato Greco, il pubblico ministero delle inchieste finanziarie. Di certo, però, al prossimo turno sarebbe toccato a lei.
Ma, ecco, alla Boccassini questa è sembrata l'occasione giusta per riprendere il discorso cominciato quindici anni fa. Era il '92, l'aula magna del palazzo di giustizia di Milano stracolma. Di fronte a una folla di colleghi che ricordavano Giovanni Falcone, Ilda prese il microfono e puntò il dito: "L'avete fatto morire voi - disse - con le vostre critiche, la vostra indifferenza, la vostra diffidenza". Era un atto d'accusa violento contro una categoria. Quella categoria che non l'ha mai amata perché lei non è mai stata un cavallo da scuderia e non ha mai accettato briglie sul collo. Che ufficialmente l'ha portata ad esempio, ma che ha ritardato le sue promozioni. Che l'ha avuta come emblema, ma che sotto sotto l'ha vissuta come un peso da cui liberarsi: lei, una donna, per giunta, che con la sua ostinazione a celebrare a tutti i costi qualsiasi processo sembrava essere diventata la causa della rappresaglia della politica contro la magistratura, non già la paladina di un principio costituzionale. Perché la carriera dei magistrati è ingessata, prigioniera di logiche di corrente, svincolata da valutazioni sulla professionalità e sul rendimento, passa chi deve passare per questioni di equilibrio interno.
La carriera dei magistrati, pensa la Boccassini, "è un mercato"; e a volte, ma solo a volte, vincono i migliori. Ed è questo quello che le sue dimissioni dal sindacato dei magistrati, da "una corporazione ripiegata su se stessa", vogliono dire. "Facciamo autocoscienza, guardiamo dentro noi stessi. Abbiamo il coraggio di dire che ci sono sacche di ignoranza, di scarsa produttività, anche di corruzione". Un appello disperato: "A me - dice Boccassini - interessa solo il mio lavoro, la credibilità delle istituzioni". C'è troppa confusione, in giro. Troppi silenzi quando bisognerebbe alzare la voce, e troppo clamore quando sarebbe necessario tacere. Come se la magistratura fosse diventata "un Grande Fratello". Anche ieri, alla segreteria del pm, sono arrivate richieste di partecipazione a trasmissioni tivù. E anche ieri, con cortesia ma fermezza, sono state respinte. "Un magistrato non va in televisione - si inalbera la Boccassini - e c'è perfino stato chi ha avuto il coraggio di paragonarsi a Falcone": un riferimento alla collega Forleo. Se c'era un'attenuante, fino a qualche tempo fa, quando il governo Berlusconi aveva dichiarato guerra alla magistratura e dunque l'esigenza primaria era quella di difendersi coi denti, oggi quell'attenuante non vale più. Non esiste un governo amico - perché la forza della magistratura sta nella sua indipendenza - ma oggi, secondo lei, la categoria dovrebbe riprendere la battaglia anche dentro se stessa.
Avere il coraggio di liberarsi dalla logica delle correnti. Trovare la forza di imporre quelle quattro, semplici parole, che sono sempre state il suo unico motto: "Professionalità, rigore, indipendenza, autonomia". (11 gennaio 2008)

giovedì 10 gennaio 2008

FINALMENTE PARTE LA MAILING LIST UNICA DELLA ANM

Come si dice ? Riceviamo e pubblichiamo ,ed anche molto volentieri visto che siamo stati proprio noi di Controcorrente e pochi altra a pretenderla . E siamo molto soddisfatti del risultato .

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NUOVA MAILING LIST ANM

Cari Colleghi,a partire dal 9 gennaio 2008 è finalmente operativa la mailing list dell'Associazione Nazionale Magistrati, richiesta da molti colleghi, già avviata dalla precedente Giunta Esecutiva ed accolta con grande favore anche dalla Giunta in carica che le dà attuazione.Vista la larga diffusione, l'uso quotidiano e il grande interesse suscitato dalle mailing list dei singoli gruppi associativi e delle varie realtà locali, era tempo che anche l'ANM si dotasse e soprattutto dotasse i magistrati iscritti di questo importante strumento di comunicazione, di condivisione e discussione dei temi che riguardano tutti.La ML è concepita quindi come uno spazio aperto agli interventi di tutti i magistrati iscritti e in una prima fase di "rodaggio" abbiamo ritenuto opportuno non estenderla ad altre persone, seguendo la linea già tracciata dalla precedente Giunta.Così abbiamo anche deciso di non appesantirla di regole e criteri di intervento, convinti che la qualità e il buon andamento della discussione "elettronica" possano essere garantiti adeguatamente dall'intelligenza e dal buon senso dei partecipanti. Per il resto, chi interviene è personalmente responsabile di fronte ai colleghi e alla legge di cosa e di come scrive.L'auspicio è che la ML possa essere realmente concepita come una moderna piazza o un foro se vogliamo, qualificato dal leale confronto, dall'importanza degli argomenti, dalla utilità per tutti.Non ci sarà quindi un vero e proprio moderatore, ma soltanto un responsabile tecnico che per il momento viene indicato nel responsabile del sito web.Tutti sappiamo ormai come funziona una ML e quindi, per concludere, ricordo soltanto alcuni accorgimenti tecnici che è bene rispettare per il buon funzionamento della lista.I messaggi dovrebbero essere preferibilmente brevi o comunque non eccessivamente lunghi, scritti in formato testo e privi di allegati, che potranno essere diffusi solo inviando preventivamente il messaggio al responsabile tecnico. Si consiglia di evitare messaggi e avvisi personali, di interesse strettamente locale o dialoghi a due non interessanti per gli altri, che intaserebbero inutilmente la lista e le caselle di posta degli iscritti.Infine, per garantire la partecipazione ai soli magistrati iscritti associati, per iscriversi alla ML occorrerà inviare all'indirizzo postasito@associazionemagistrati.it un messaggio di richiesta da un account "giustizia.it", indicando il proprio nominativo, dichiarando di essere iscritti all'ANM e comunicando il proprio indirizzo di posta elettronica da condividere nella lista.Un caro saluto a tutti e buon lavoro!

Roma, 9 gennaio 2008

Il Presidente Simone Luerti

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mercoledì 9 gennaio 2008

I DISPIACERI DELLA ANM ...

Giustizia: Dimissioni bocassini, Anm “Dispiaciuta”
9 gennaio 2008 alle 11:11 — Fonte: repubblica.it

L’Associazione nazionale magistrati esprime un profondo dispiacere per le dimissioni dal sindacato delle toghe del Pm di Milano, Ilda Boccassini.

“Ci dispiace molto — dichiara il presidente dell’Anm, Simone Luerti — ma è un dispiacere che resta un pò in sospeso, perché non conosciamo le motivazioni di questa scelta e speriamo che si possa ritornare su questa decisione”.
Il Pm Boccassini ha infatti inviato una lettera all’Associazione senza indicare le ragioni che l’hanno portata a lasciare il sindacato delle toghe, lettera arrivata nelle mani di Luerti dalla Giunta locale milanese ed oggi depositata a Roma presso la Segreteria nazionale.
Secondo quanto riportato stamane da ‘Il Corriere della Sera’, inoltre, il Pm Boccassini avrebbe anche deciso di revocare la propria domanda per il posto di procuratore aggiunto di Milano inoltrata al Csm.
La V Commissione dell’organo di autogoverno della Magistratura, qualche settimana fa, aveva indicato all’unanimità come nuovo procuratore aggiunto di Milano il Pm Francesco Greco, preferendolo così alla Boccassini, la quale, però, avrebbe avuto la possibilità di ottenere questa promozione per la copertura del prossimo posto vacante.
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